30 giugno 2010

Il generale David Howell Petraeus pronto a portare a Kabul la sua Dottrina

 

(gc) La defenestrazione del generale Stanley McCristal, comandante in capo delle truppe Usa e Nato in Afghanistgan, che in una intervista di qualche giorno fa sulla rivista Rolling Stone aveva aspramente criticato il presidente Obama dandogli dell’incompetente, riporta agli onori delle cronache il generale David Howell Petraeus.

Petraeus, che in Iraq si è mostrato esperto in operazioni di sottogoverno, ha dato all’inquilino della Casa Bianca il pieno sostegno alla exit strategy dalla guerra in Afghanistan promettendo, tra l’altro, di rivedere le regole d’ingaggio delle truppe statunitensi (praticamente verranno cancellate le regole restrittive sull’uso delle armi). Nessuna fuga dal pantano afgano, però, perché il generale ha subito sottolineato che l’impegno delle truppe americane in Afghanistan è “duraturo” e che serviranno molti anni prima che le forze di sicurezza afgane possano prendere il controllo reale del territorio. In buona sostanza, un ricambio di uomini ma all’interno di una cornice strategica che non sembra mutare.

Nato a New York nel 1952 Petraeus si arruola nell’U.S. Army nel 1974, dopo essersi diplomato a West Point come ufficiale di fanteria. Ricopre vari incarichi nella fanteria leggera, nella fanteria meccanizzata e nelle truppe aviotrasportate, facendo rapida carriera. E’ il Comandante della 101° Divisione aerotrasportata durante l’offensiva su Baghdad della primavera 2003. Si distingue per l’approccio pragmatico e attento alle esigenze della popolazione locale: oltre a garantire la cornice di sicurezza, avvia un importante sforzo di ricostruzione e anti-insurrezione attraverso la collaborazione e il supporto alla popolazione locale. Riesce a pacificare Mossul, riducendo le infiltrazioni terroristiche e l’attività insurrezionale locale attraverso un’alternanza di deterrenza, dialogo con le parti sociali e politiche locali, e un concreto supporto alla ricostruzione.

Nel 2005 torna negli Usa, dove assume il comando dell’U.S. army Combined arms center di Fort Leavenworth, il comando incaricato dell’elaborazione della dottrina militare ufficiale statunitense. In tale sede compila il nuovo manuale ufficiale per le attività controinsurrezionali delle Forze armate statunitensi (FM 3-24), nel quale sottolinea la necessità di proteggere la popolazione locale dagli attacchi armati e di avviare una più stretta cooperazione civile-militare nelle aree a rischio di infiltrazioni estremistiche.

Il suo approccio soft gli fa guadagnare una certa notorietà negli alti circoli miliari statunitensi; Bush nel gennaio 2007 lo nomina nuovo Comandante in capo delle Forze armate statunitensi in Iraq (MNF-I). L’avvio del suo incarico è contrassegnato dalla scelta di circondarsi di ufficiali di altissima competenza strategica (Petraeus’ Thinkers), maggiormente attenti alle complessità del rapporto con la popolazione locale e che, accanto all’uso della forza, riconoscono l’assoluta necessità di avviare forme di collaborazione e ricostruzione più efficaci e rispettose dei bisogni del territorio in cui operano le truppe. La strategia da lui adottata ha conseguito sensibili successi: a inizio 2008 sono significativamente ridotte le violenze settarie su larga scala tra le varie confessioni religiose irachene, processo che si è attuato unitamente alla rivolta dei sunniti contro al Qaeda in tutto il Paese (la cosiddetta al Sahwa - il Risveglio). Spregiudicatezza, intelligenza e una non comune capacità di analisi politica sono doti che gli riconoscono anche gli avversari. Alla fine del 2008 disse che era pronto per andare a combattere la guerra in Aghanistan, un Paese che definiva “l’osso più duro”. Obama lo ha accontentato. In Iraq Petraeus ha rovesciato le sorti della guerra a favore degli americani, bisognerà capire se le sue doti di negoziatore andranno bene per le montagne afgane. E se scalfiranno la tenace resistenza dei talebani.

 

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