Eupol ha l'ambizione di costruire un moderno sistema di polizia
di Mariella Palazzolo*
Nell’Unione europea la politica estera e di sicurezza è un ambito in cui la competenza essenziale resta ai governi degli Stati membri. Consapevole di questo limite, l’Ue ha introdotto procedure di voto più flessibili sulle decisioni Pesc, permettendo ai singoli governi di astenersi, ricorrendo al voto a maggioranza oppure consentendo a una maggioranza di Paesi di agire per conto proprio, ma per le decisioni con implicazioni militari o di difesa è tuttora richiesta l’unanimità. In Afghanistan non è nemmeno questo il caso. Niente militari, solo la missione EUPOL, partita nel maggio 2007, con il mandato di “monitoring e mentoring per contribuire a creare un moderno sistema di polizia”. Tutto il resto, e non è poco, è in mano alla Nato e al governo Usa, a prescindere dal ruolo del Paese nella Nato.
Torniamo indietro nel tempo per un breve excursus sull’intervento degli stranieri nel Paese. Tutto inizia con l’operazione Enduring Freedom. Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 una coalizione multinazionale (ben 70 Paesi) dà l’avvio a una campagna contro il terrorismo internazionale e per
Arriviamo così all’emblematico discorso di West Point del presidente Barak Obama del settembre 2009. Obama non aveva fatto mistero, nel corso della campagna elettorale, della sua intenzione di concentrarsi sull’Afghanistan: aveva infatti definito l’intervento in Iraq una scelta, ovviamente non una buona scelta, mentre l’Afghanistan era una necessità, quindi quasi una buona guerra. A West Point Obama sottolinea l’impegno di operare di concerto - politico - con il governo di Karzai, l’impegno civile, l’impegno di riconciliazione con i talebani, aumento delle truppe per assicurare e proteggere lo sviluppo, maggior impegno multilaterale da parte delle agenzie di aiuti, un approccio regionale che allarga l’impegno ai rapporti con l’Iran e le nazioni dell’Asia Centrale (insieme a quello implicito di far migliorare le relazioni fra India e Pakistan). In ultimo, per Obama, il successo in Afghanistan dipenderebbe dalla creazione di un governo nazionale che riesca a controllare il proprio territorio. Purtroppo, però, il concetto di controllo del territorio per gli americani significa un governo che gestisca tutto e dappertutto, mentre per gli afgani il controllo si appoggia a una rete di capi locali che gestiscono il proprio territorio, senza interferenze dal centro. Obama ha immediatamente cercato il sostegno degli alleati per la nuova strategia e, il 10 dicembre scorso, i ministri Ignazio
E si arriva al 2010. Conferenza di Londra sull’Afghanistan del 28 gennaio, alla vigilia della quale alcuni osservatori sottolineano l’assenza di parametri comuni per la valutazione dei risultati raggiunti nel Paese. Alla Conferenza partecipano quasi 70 Paesi, con l’esclusione dell’Iran. Tra le dichiarazioni programmatiche e di intenti emerge la volontà di negoziare con i “ribelli moderati” - idea di chiara matrice amministrazione Obama. Infatti pochi giorni prima della Conferenza il generale americano Stanley McChrystal aveva dichiarato al Financial Times che l’arrivo di altri 30mila soldati in Afghanistan avrebbe potuto portare a una pace negoziata con i guerriglieri, facendo eco alle dichiarazioni più politiche, ma simili nella sostanza, del segretario alla Difesa Robert Gates che, in visita a Islamabad, aveva dichiarato che i talebani fanno parte della stoffa politica dell’Afghanistan. La proposta, già ventilata dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che la riprende incoraggiando i membri della coalizione a lavorare soprattutto sull’addestramento dei servizi di sicurezza afgana - premessa indispensabile per il disimpegno delle forze - viene condivisa da molti. Ma non da tutti. Hamid Gul, ex direttore dei servizi segreti pakistani, sostiene che siano sforzi, già fatti negli anni passati, che i talebani non hanno mai apprezzato, ritenendoli solo tentativi di spezzare il movimento e creare divisioni. Altre voci si sono aggiunte alla sua, voci che accoglievano l’impegno americano - almeno quello del presidente a West Point - di puntare su un approccio regionale ma indicando una strada precisa alla diplomazia: riunire intorno a un tavolo Iran, Cina, Pakistan e Russia che, anche se con autorevolezza diversa, potrebbero contribuire a far uscire dallo stallo attuale le forze della coalizione.
Insomma, di fatto la strategia in Afghanistan viene ispirata da Washington e subita a Bruxelles (e con Bruxelles intendiamo il comando Nato, non certo
Un’altra notizia rassicurante però è giusto darla: importanti risultati sono stati ottenuti nella lotta alla coltivazione dell’oppio. Nel 2009, dice il Rapporto 2009 Onu sull’Oppio in Afghanistan, la coltivazione è scesa del 22% rispetto all’anno precedente e la produzione del 10%, mentre i prezzi hanno raggiunto il picco minimo dal 2000. Eppure l’aumento diffuso della ribellione, la palpabile diminuzione della fiducia tra i governi afgano e americano, l’ampliamento del teatro di guerra, la progressiva destabilizzazione del Pakistan insieme alle tensioni indo-pakistane per l’indipendenza del Kashmir sono solo alcuni degli ostacoli che impediscono di raggiungere l’obiettivo di un Afghanistan pacificato, unito e democratico.
E’ poi notizia di pochi giorni fa che il deficit di bilancio della Nato del 2009 (già notevole) rischia addirittura di raddoppiare nel 2010, colpito dalle politiche di austerità dei Paesi membri.
partner di VerA, Relazioni e Strategie per l’Impresa Responsabile

