30 giugno 2010

Eupol ha l'ambizione di costruire un moderno sistema di polizia

di Mariella Palazzolo*

 

Nell’Unione europea la politica estera e di sicurezza è un ambito in cui la competenza essenziale resta ai governi degli Stati membri. Consapevole di questo limite, l’Ue ha introdotto procedure di voto più flessibili sulle decisioni Pesc, permettendo ai singoli governi di astenersi, ricorrendo al voto a maggioranza oppure consentendo a una maggioranza di Paesi di agire per conto proprio, ma per le decisioni con implicazioni militari o di difesa è tuttora richiesta l’unanimità. In Afghanistan non è nemmeno questo il caso. Niente militari, solo la missione EUPOL, partita nel maggio 2007, con il mandato di monitoring e mentoring per contribuire a creare un moderno sistema di polizia”. Tutto il resto, e non è poco, è in mano alla Nato e al governo Usa, a prescindere dal ruolo del Paese nella Nato.

Torniamo indietro nel tempo per un breve excursus sull’intervento degli stranieri nel Paese. Tutto inizia con l’operazione Enduring Freedom. Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001 una coalizione multinazionale (ben 70 Paesi)  dà l’avvio a una campagna contro il terrorismo internazionale e per la Nato l’Afghanistan comincia subito a essere sinonimo di frustrazione, con estromissione dalla preparazione delle operazioni gestite solo da Washington. Per l’Italia tutto inizia il 18 novembre 2001 e si conclude il 15 settembre 2003; ma è importante ricordare che gli Usa tengono ancora impegnati in Enduring Freedom ben 25mila uomini. In parallelo con la guerra al terrore, la comunità internazionale cerca di avviare un processo di stabilizzazione dell’Afghanistan: il 20 dicembre 2001 il consiglio di Sicurezza dell’Onu autorizza, con la risoluzione n.1386 il dispiegamento della International security asssitance force (Isaf). L’Italia è una delle 7 nazioni (tutti Paesi della Nato) costitutive di Isaf. Sin dall’inizio la gestione del comando Nato è complessa e asimmetrica; ma le vere difficoltà arrivano nel 2006 con il doppio ampliamento delle competenze dell’Isaf nel Sud e nell’Est, che porta le truppe Nato nelle provincie più calde del Paese. Nei fatti la Nato si divide in due parti: da un lato i Paesi che si dichiarano impiegati in combattimento, come la Gran Bretagna, dall’altro quelli che sostengono di svolgere solo attività di peacekeeping, come l’Italia; nel mezzo la Francia, con dichiarazioni ondivaghe che seguono solo gli umori derivanti dai rapporti con Washington. E il fantasma dell’Alleanza a due velocità comincia ad aleggiare fino a minacciare la coesione stessa dell’Alleanza, riducendone nei fatti le capacità politico-militari. A causa di tutto ciò gli Usa decidono di riprendersi le redini del conflitto e, dopo aver fatto sostituire il britannico Richards alla testa dell’Isaf con l’americano Mc Neill, Bush con una delle ultime decisioni prima della fine del mandato, fa avviare una revisione strategica dell’andamento della guerra, riconoscimento che la Nato ha perso la sua battaglia e che toccherà agli Usa rimediare. E Obama continua in questo solco di americanizzazione del conflitto raddoppiando, nel corso del primo anno di presidenza, la presenza militare nel Paese.

Arriviamo così all’emblematico discorso di West Point del presidente Barak Obama del settembre 2009. Obama non aveva fatto mistero, nel corso della campagna elettorale, della sua intenzione di concentrarsi sull’Afghanistan: aveva infatti definito l’intervento in Iraq una scelta, ovviamente non una buona scelta, mentre l’Afghanistan era una necessità, quindi quasi una buona guerra. A West Point Obama sottolinea l’impegno di operare di concerto - politico - con il governo di Karzai, l’impegno civile, l’impegno di riconciliazione con i talebani, aumento delle truppe per assicurare e proteggere lo sviluppo, maggior impegno multilaterale da parte delle agenzie di aiuti, un approccio regionale che allarga l’impegno ai rapporti con l’Iran e le nazioni dell’Asia Centrale (insieme a quello implicito di far migliorare le relazioni fra India e Pakistan). In ultimo, per Obama, il successo in Afghanistan dipenderebbe dalla creazione di un governo nazionale che riesca a controllare il proprio territorio. Purtroppo, però, il concetto di controllo del territorio per gli americani significa un governo che gestisca tutto e dappertutto, mentre per gli afgani il controllo si appoggia a una rete di capi locali che gestiscono il proprio territorio, senza interferenze dal centro. Obama ha immediatamente cercato il sostegno degli alleati per la nuova strategia e, il 10 dicembre scorso, i ministri Ignazio La Russa e Franco Frattini hanno presentato i cardini della nuova strategia internazionale (leggi americana) in Afghanistan alle commissioni esteri riunite di Camera e Senato. Ma il ruolo di secondo piano della Nato continua; il contingente Nato rimane infatti stabile nei numeri, mentre il contingente americano cresce, comprimendo sempre più gli spazi dell’Alleanza, sia territoriali che politici, se non addirittura strategici.

E si arriva al 2010. Conferenza di Londra sull’Afghanistan del 28 gennaio, alla vigilia della quale alcuni osservatori sottolineano l’assenza di parametri comuni per la valutazione dei risultati raggiunti nel Paese. Alla Conferenza partecipano quasi 70 Paesi, con l’esclusione dell’Iran. Tra le dichiarazioni programmatiche e di intenti emerge la volontà di negoziare con i “ribelli moderati” - idea di chiara matrice amministrazione Obama. Infatti pochi giorni prima della Conferenza il generale americano Stanley McChrystal aveva dichiarato al Financial Times che l’arrivo di altri 30mila soldati in Afghanistan avrebbe potuto portare a una pace negoziata con i guerriglieri, facendo eco alle dichiarazioni più politiche, ma simili nella sostanza, del segretario alla Difesa Robert Gates che, in visita a Islamabad, aveva dichiarato che i talebani fanno parte della stoffa politica dell’Afghanistan. La proposta, già ventilata dal segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che la riprende incoraggiando i membri della coalizione a lavorare soprattutto sull’addestramento dei servizi di sicurezza afgana - premessa indispensabile per il disimpegno delle forze - viene condivisa da molti. Ma non da tutti. Hamid Gul, ex direttore dei servizi segreti pakistani, sostiene che siano sforzi, già fatti negli anni passati, che i talebani non hanno mai apprezzato, ritenendoli solo tentativi di spezzare il movimento e creare divisioni. Altre voci si sono aggiunte alla sua, voci che accoglievano l’impegno americano - almeno quello del presidente a West Point - di puntare su un approccio regionale ma indicando una strada precisa alla diplomazia: riunire intorno a un tavolo Iran, Cina, Pakistan e Russia che, anche se con autorevolezza diversa, potrebbero contribuire a far uscire dallo stallo attuale le forze della coalizione.

Insomma, di fatto la strategia in Afghanistan viene ispirata da Washington e subita a Bruxelles (e con Bruxelles intendiamo il comando Nato, non certo la Ue). La nuova strategia viene quindi inaugurata nel febbraio 2010 con l’operazione Mushtarak, per espugnare la roccaforte talebana di Marjah. La novità sta nel fatto che per l’operazione è stata richiesta l’approvazione di Karzai e vi hanno partecipato truppe afgane, dando buona prova di sé.

Un’altra notizia rassicurante però è giusto darla: importanti risultati sono stati ottenuti nella lotta alla coltivazione dell’oppio. Nel 2009, dice il Rapporto 2009 Onu sull’Oppio in Afghanistan, la coltivazione è scesa del 22% rispetto all’anno precedente e la produzione del 10%, mentre i prezzi hanno raggiunto il picco minimo dal 2000. Eppure l’aumento diffuso della ribellione, la palpabile diminuzione della fiducia tra i governi afgano e americano, l’ampliamento del teatro di guerra, la progressiva destabilizzazione del Pakistan insieme alle tensioni indo-pakistane per l’indipendenza del Kashmir sono solo alcuni degli ostacoli che impediscono di raggiungere l’obiettivo di un Afghanistan pacificato, unito e democratico.

E’ poi notizia di pochi giorni fa che il deficit di bilancio della Nato del 2009 (già notevole) rischia addirittura di raddoppiare nel 2010, colpito dalle politiche di austerità dei Paesi membri. La Nato è a un passo dalla bancarotta, quindi, e imporre scelte strategiche senza soldi è come il vecchio detto: fare le nozze con i fichi secchi. Difficile se non impossibile. Intanto Obama ha rimosso McChrystal e al suo posto arriva il generale David Petraeus, stratega ed esecutore della svolta politica militare in Iraq nel 2007.

 

partner di VerA, Relazioni e Strategie per l’Impresa Responsabile

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